Leonardo anche quando c’è non c’è mai veramente, dice la sorella del protagonista nel corso della breve parentesi londinese che apre Diciannove di Giovanni Tortorici (Fandango). Solitamente, nei film coming of age, affermazioni come questa adombrano il loro stesso tradimento, attraverso un rovesciamento operato da un patto narrativo implicito del tipo: quello che io regista posso e voglio fare ora, nella mia posizione di dominio sulla materia del racconto, è proprio dire a voi spettatori dov’è e dove sta andando il mio eroe o la mia eroina, farvi vedere quello che, nella finzione, chi gli o le sta accanto non vede. Nel suo esordio alla regia invece Tortorici sembra fare di tutto per assecondare la tendenza continua di Leonardo verso la fuga: pur esibendo le bugie, le omissioni, le incoerenze e il distacco dagli altri che ne caratterizzano i comportamenti, non pare interessato a scoperchiare i loro moventi autentici, le loro radici e le finalità profonde.
La cosa può apparire tanto più strana quanto più Tortorici ha sottolineato in diversi interventi non solo la natura autobiografica del soggetto (in comune, difatto, c’è il tentativo universitario a Siena), ma perfino una certa aspirazione catartica alla base del progetto artistico. Eppure, guardando Diciannove si ha l’impressione che il regista non abbia alcuna intenzione di portare alla luce una qualche verità del personaggio che dovrebbe fargli da alter ego; verità che, se c’è (e qualunque cosa possa significare il termine), resta nascosta sotto la superficie del linguaggio, nelle pieghe dell’unica realtà che conta davvero, e cioè quella del testo filmico.

Il cinema di formazione, specialmente quello francese più legato alla lezione di Téchiné e Kechiche, ci ha spesso abituati a una macchina da presa che bracca i protagonisti, si stringe intorno ai loro corpi e li segue in ogni movimento, per restituircene concretezza e pulsazioni. Nel film di Tortorici, invece, lo sguardo si disperde in ogni direzione e il ritratto pare tendere più verso l’astrazione, frammentato in mille schegge come in uno specchio rotto. Le immagini divagano, prendono di mira il proprio soggetto allontanandosene, lasciandolo fuori fuoco e inquadrandolo dall’alto o lateralmente da prospettive sghembe, oppure avvicinandosi troppo repentinamente con zoom improvvisi. La grammatica e lo stile ricalcano e mimano la personalità contorta del protagonista, invece di mostrarla direttamente e immediatamente. In fondo è anche questa una forma di autobiografismo, forse ancora più partecipato: identificarsi non con il personaggio, ma con il film stesso e i suoi codici espressivi. Al naturalismo infatti Tortorici preferisce un formalismo ipertrofico, estraniante e vagamente schizofrenico, e abbonda nel ricorso a un montaggio associativo e discontinuo,con insistenza su dettagli, sovrapposizioni in dissolvenza, didascalie, inserti animati. Tutti dispositivi usati nella tradizione delle avanguardie per bloccare l’immedesimazione, che però in Diciannove sono controbilanciati da un’attenzione nel rappresentare con nettezza e verosimiglianza gli slang e le abitudini giovanili, i caratteri secondari, gli schermi e le tecnologie della contemporaneità.
È un personaggio bizzarro, questo Leonardo Gravina, matricola fuorisede di Lettere, massimalista nelle sue irresolutezze: devotissimo cultore di autori e critici pre-novecenteschi, ma attratto dal mondo della trap e delle generazioni più giovani di lui; ribelle e insofferente fin quasi alla misantropia, ma ansioso di trovare nei suoi riferimenti letterari dei chiari dettami morali e di bello scrivere. Turbato da una sessualità incerta che fatica a esprimersi, pare a suo agio solo in solitudine, nel chiuso della sua cameretta in affitto o, al contrario, negli spazi aperti e deserti di una Piazza del Campo notturna – almeno finché ogni tanto decide di stordirsi durante sfrenate serate alcoliche in discoteca. Persino nei suoi princìpi poetici più snob è contraddittorio: ostenta disprezzo per Pasolini ma guarda Salò, ama curiosamente sia Leopardi sia Monti a dispetto della nota freddezza del primo nei confronti dell’opera del secondo.

Tutti elementi di squilibrio che finiscono con l’incanalarsi in vere e proprie venature orrorifiche e thriller (l’epistassi in apertura, i vermi e la claustrofobia della stanza da letto, il piano abortito di diffondere un’invettiva anonima contro il professore), le stesse che spesso e volentieri percorrono i film diretti dal produttore di Diciannove, Luca Guadagnino. E in effetti l’esordio di Tortorici – come ogni racconto di formazione – è essenzialmente anche un mystery con il cuore pulsante intorno a un enigma pervasivo: chi è davvero Leonardo, che cosa vuole, chi diventerà? La soluzione però qui è preclusa dall’andatura episodica di una narrazione che ogni volta riparte a scrivere su sé stessa,aprendo sempre nuovi capitoli. D’altronde, se nel coming of age il desiderio fondamentale ha come oggetto sé stessi, allora per continuare a desiderare occorre rimandare il più possibile la conquista di una forma chiara e univoca della propria individualità. Forse è questo il senso del finale in cui, dopo essersi fatto spiegare la psiche da un intellettuale torinese amico di famiglia, Leonardo se ne va incespicando e sorridendo, felice di non essersi lasciato prendere neanche stavolta, di aver indossato ancora un’altra maschera.
In copertina e in corpo testo: frame dal film Diciannove